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DEVIATE DAMAEN

INTERVIEW G/AB SVENYM VOLGAR

26 November 2020

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Culturalmente dotati e con lame affilate, i Deviate Damaen ritornano con "Skizzi Di Rischio" per Hellbones Records, una raccolta contenente 12 brani distribuiti in 30 anni di carriera e mai inseriti nella discografia ufficiale della band.
Abbastanza provocatoria, severa ma giusta, la band vanta una carriera trentennale.

 

Benvenuti su Rockers And Other Animals. Prima di tutto, mi scuso per non avervi intervistato prima, ma se non ho le idee chiare e domande abbastanza intelligenti, preferisco non chiedere nulla.
Comincio dalla prima domanda, ascoltando il vostro ultimo lavoro, (una raccolta che segna la lunga carriera della band), mi chiedo e vi chiedo quanti momenti topici avete avuto?

 

 

 

Grazie, Valeria, ho grande stima del tuo taglio critico mai scontato, quindi risponderò alle tue domande con la cura che m’appartiene, ma anche col valore aggiunto che riservo agli spiriti anticonformisti (e siete pochi anche nel tuo settore).
“Skizzi Di Riskio” si inserisce nel contesto di ricompilazione digitalizzata di tutta la nostra discografia, e raccoglie, nello specifico, tutti i singoli, le amenità e gli inediti esclusi dagli album precedenti a “Retro-Marsch Kiss”, con l’aggiunta di alcuni brani frutto di mie collaborazioni con artisti esterni alla band. E’ nostra ferma intenzione aspergere ad ogni spirito libero la semina dell’intera produzione musicale, estetica e letteraria dei Deviate Damaen, nei secoli dei secoli ed in ogni formato possibile. Noi lo metteremo in culo al “Grande Reset”, poiché da tempo utilizziamo strategie “alternative” per la diffusione del nostro materiale audiofonico. “Skizzi di Riskio” contiene inoltre il singolo 2020 “Buon Maiale!”, un sonoro dileggio dell’immigrazionismo e, musicalmente, l’anello di congiunzione fra la formazione di “In Sanctitate...” e quella dei nuovi album in preparazione. Come è noto è mio vezzo quello di sciogliere la band dopo ogni uscita di album per ricostituirla ad hoc in vista di quello successivo.

Ascoltandovi da molto tempo, non mi piace classificare la vostra musica, chiuderndola in un'etichetta sterile, preferisco considerarvi teatrali. Mi piacciono le parti recitate che spesso compongono le tue canzoni, questa prosa in musica è nata deliberatamente? E se sì, come? Sono curiosa di sapere questa tendenza nei tuoi lavori.

 

Inquadrare un progetto eclettico e ribelle come i DD mette sempre a dura prova chiunque si cimenti nell’impresa. Quindi, lasciati guidare dal tuo fiuto e dal tuo istinto per farlo, e non sbaglierai.
La musica è solo uno degli espedienti espressivi della nostra missione artistica; quindi, la recitazione, la fotografia, l’estetica, le liriche e la riproposizione di testi classici e di opere letterarie tratte dal nostro alveo culturale, lo sono altrettanto.
Ecco perché, ascoltando un qualsiasi album dei DD, ti capiterà di passare dal black metal alla dance, dall’elettronica all’Eneide e dalla musica barocca al drone anche fra un pezzo e l’altro. Naturalmente ogni lavoro reca seco un proprio “mood”, un proprio “concept” ed una propria identità; ma ciò non ci impedisce di sondare, anche fra un brano e l’altro, terreni apparentemente inconciliabili fra loro e molto distanti da quelli mediamente calcati da una metal band.
Le mie peculiarità recitative, inoltre, mi hanno procacciato stimolanti collaborazioni con band molto eterogenee, dagli Stormlord ai Black Shine Fever, dagli Immortadell agli Ianva, dagli Aborym ai Cultus Sanguine, dagli Imago Mortis agli ZetaZeroAlfa Drumo e da Corazzata Valdemone ai Velch. Tale aspetto della mia attività di musicista è sempre stato estremamente dinamico, e spesso – non sempre - ha edificato bei sodalizi artistici e amicizie personali importanti.

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“"L'elite De Notra Merd" è chiaramente una presa in giro sui numerosi, troppi, incoerenti in Italia. Pensi che la stessa cosa accada anche in altri Paesi o è un atteggiamento tipicamente italiano, cioè incoerente?

 

Debbo ammettere di considerare l’incoerenza il peggior difetto dell’uomo mediocre; e quindi, da grande appassionato di Dante, sono lì pronto come Cerbero a sbattere chi ne è afflitto fra i gironi più merdosi degl’inferi. Ecco che non ho pietà con tutti quegli ex barricaderi, ora brizzolati e lardosi, che hanno mollato i loro idealismi giovanili per un pugno di croccantini lanciatogli dai gattari del mainstream.
E non è una metafora, poiché sul nostro album drone in preparazione, ci saranno episodi danteschi dedicati proprio a queste puttane.

 

"Unisex Borg" è una delle tante canzoni che apprezzo e la compilation "No of this earth vol. 2" di cui fa parte mi ha incuriosito. Come è nato questo progetto e come ci si sente a vedere il proprio nome insieme a quello di Paul Chain, con il quale avete anche suonato?

 

Sì, la Black Widow ci invitò a partecipare a quella originale compilation mentre uscivamo dalla pubblicazione di “Propedeutika Ad...”; così optammo per un brano interamente elettronico dedicato alla natura sexy-cyborg dei Borg di Star Trek. Un brano decisamente poco “doom”, considerando che partecipavano anche band come i Candlemass e lo stesso Paul Chain. Artista, quest’ultimo, da noi sempre stimato, e col quale condividemmo il palco nell’estate del ’94; già ci conoscevamo di persona, ma forse lui si aspettava una band più mistica, dato che durante quel live io mi avventai a cazzo duro sul chitarrista mentre il nostro reverendo lefebvriano dell’epoca, Don Alexio Bavmord, furioseggiava all’organo incurante del nostro ardore erotico. E così di mistico rimaneva solo la macchina per la nebbia sul palco. Ci divertimmo un casino.

 

Così come il brano "Nightlight" è molto interessante per la sua natura e il progetto stesso di cui fai parte, come hai vissuto questa esperienza?

 

“Nightlight” è il remix di un brano degli Stayer, la band del nostro chitarrista degli esordi, il mitico Arri. Un progetto sui generis piuttosto “noise” e sperimentale, 2 chitarre e niente basso. Quel loro pezzo strumentale mi piaceva assai, così ne feci un remix vocalizzandoci sopra un po’ di mia grazia ..et voila’.

 

 

I Deviate come musicisti, non creano nulla che non pensano, quindi "politicamente scorretto" (al di là di ogni idea politica che vi accompagna). Secondo te, perché questa voglia di essere corretti a tutti i costi in ciò che ruota attorno al mondo musicale, quando invece band come i Sex Pistols o The Stooges hanno scritto un pezzo di storia e sono ricordati per i loro testi e i loro atteggiamenti? Cosa è cambiato nell'approccio? Perché nessuno, o almeno alcuni, vogliono esporsi?

 

Credo che tale argomento sia alla base del decadente momento storico che viviamo, come artisti e come “populus”. La lotta al politicamente corretto è sempre stata il pane quotidiano della nostra militanza artistica; tanto che noi abbiamo preconizzato con largo anticipo nefasti progetti etnomasochisti cui oggi si danno nomi retorici come “Blackwashing”, “Blacklivesmatter”, “Cancel Culture” e “Great Reset”.
Il nuovo vocabolario del genocidio culturale e demografico che la mondializzazione sta infliggendo all’Occidente col fine di estirparne il genoma greco-romano-gotico per sostituirlo con quella tossica basicità amorfa e meticcia imposta dai potentati globalisti. Noi Dame Deviate con questa roba ci puliamo il culo da 30 anni, quindi non ci metteremo certo ora ad usare la carta igienica, non credi? Brani come “Fratelli d’Occidente, Salviamo Noi Stessi Dall’Estinzione” non lesinano certo chiarezza d’intenti circa la nostra battaglia contro le fanfare del mondialismo, la cui colonna sonora è senz’altro quella musica Rap che non a caso ha preso il posto del rock e della discomusic negli spot commerciali, la principale cartina Tornasole di come girano i gusti della gente. Ora al politicamente corretto si è aggiunto il pandemicamente corretto: e le starlette di regime fanno a gara a chi sfoggia museruole più sgargianti e firmate.
A questo punto dell’offensiva censoria, la distribuzione dell’Opera eversiva diventa l’anello debole della catena comunicativa fra l’Artista e il mondo esterno; fra il Poeta e la storia. Se ci arrendiamo ad ascoltare la musica soltanto in streaming, senza possederne davvero la sostanza sonora, testuale e visuale come avveniva coi vinili, i Cd o anche semplicemente i formati digitali scaricabili, basterà che qualche stronzo stacchi la corrente alla rete per silenziarci e sopprimere la nostra Arte per sempre. Ma poiché non siamo nati ieri, lo abbiamo già messo nel culo alle “loro” intenzioni: oltre a distribuire la nostra musica in edizioni rigorosamente fisiche, da anni lasciamo i nostril Cd sulle panchine, sotto le statue, sulle fontane, e ci impegnamo ad inoltrare negli anfratti più reconditi di siti archeologici, specchi lacustri e vette montane capsule sigillate con materiali all’avanguardia per resistere al tempo, contenenti il meglio della nostra digitalizzazione sonora e miniaturizzazione cartacea. Quindi, diciamo bellamente a chi avesse intenzione di farci sparire, di attaccarsi al cazzo.

 

 

 

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Parlando del precedente album "In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur", per il quale avrei dovuto obiettivamente intervistarti, lo considero l'album più musicale che hai pubblicato, vero?
Gli estremismi musicali per Deviate sono la norma, così come la sperimentazione, eppure in questo album non sono la caratteristica. È stata una scelta o più un'evoluzione dei suoni in fase di composizione?

 

Sì, hai ragione. E’ forse l’album più musicale e metal dei DD. Abbiamo voluto rendere omaggio al genere attualmente principale erede dell’intero campionario occidentale, dato che la Classica si sta estinguendo generazionalmente come il suo pubblico, ahimé, ormai anziano.
Un genere, il Metal, che avevamo sinora sempre lambito ma mai affrontato di petto e nelle sue chiavi più estreme, il doom e il black. Inoltre, per l’occasione, abbiamo arruolato un originalissimo musicista esterno alla band, Vincent Felis, che ci ha aiutato a mantenere una determinata coerenza ambientale e di suono, oltre ad averci regalato perle melodiche come “Aspetterò L’Altrove”. La stesura dell’Opera è stata l’occasione, quindi, per inedite inclusioni e nuovi arruolamenti, come Messor, il bel virgulto al quale ho affidato le voci più “black”, l’uso dei DeatWhistle aztechi e che, da figlio socratico, mi ha seguito nelle peripezie escursionistiche mirate alla registrazione di suoni e riverberi naturali sulle trace di gole, bunker e santuari a picco sui monti. Corredano, poi, l’intensità timbrica e stilistica di quest’album la trentina di collaborazioni esterne che abbiamo ospitato per aiutarci a convogliare le tradizionali energie creative della band verso una chiave più musicale, sebbene non manchino i recitati, il punk, la sperimentazione e la musica antica. Non ti nascondo che un tale inquadramento stilistico mi è pesato, soprattutto dopo un album libero, glam e sgangherato come il precedente “Retro-Marsch Kiss” che molto meglio incarnava la storica indole della band. Pertanto, terminata quest’epopea doom, lì torneremo, ma con una dose di “dance” anni ’80 ancora più forte.
Last but not least, tanta qualità e libertà sono resi possibili solo grazie alla nostra eminenza grigia Ark (Carlo Meroni), labbra più sexy della band, titolare del ADSR Decibel Studios, musicista eclettico e ingegnere del suono dai coglioni fumanti che, oltre a sapermi far cantare a tempo, ci consente qualsiasi capriccio sonoro e timbrico. E i DD sono molto capricciosi...

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Mi interessa la scelta dell'abbazia di Sant'Eutizio, perché hai scelto questo luogo dove, se non sbaglio, è nato l'album? (Con le sue campane nel primo brano)

 

Essendo di sangue marchigiano (come Paul Chain) ed essendo le ghibelline Marche molto legate all’ideale imperiale cui Dante aderiva, ho spesso usato quei luoghi come teatro di suggestione per le nostre composizioni. Dallo Stabat Mater di Pergolesi (che era maceratese) al testo di “Nazi Anathem” partorito nel ’96 durante il mio ritiro spirituale presso l’abbazia di Fonte Avellana sul monte Catria, o agli sfondi noise registrati presso l’eremo dei Frati Bianchi di Cupramontana, le Marche sono sempre state terra di somma ispirazione per i Deviate Damaen. Sant’Eutizio in Valnerina (il protettore dei malati) era da tempo sulla mia agenda escursionistica anche inquanto tappa di un sentiero per bikers culminante con la cascata di San Lazzaro, il santo degli appestati. E date le tematiche dell’album incentrate proprio sul concetto di “sanctitas” intesa come supremazia del Sublime sulla mediocrità del buonismo, mi è parso il luogo ideale ove ritirarmi a scrivere i testi e a catturare immagini e ambientazioni sonore. Fato ha voluto che quelle campane abbazziali, immortalate nell’intro di “In Sanctitate...”, siano crollate poco tempo dopo la mia permanenza in quel luogo, a seguito del terremoto del 2016. Ma grazie a noi il loro suono non morirà mai.


Tutte le tue opere sono un inno alla creatività, eccentriche e paradossali. Come riesci a dare una forma senza freni o limiti?

 

Posso solo dirti che i DD sono nati con un tale privilegio poiché per me è naturale non giungere mai a compromessi con la censura. Forse il segreto è anche vivere l’Arte come il diletto degli Dei e non il mestiere che deve darti da vivere. Perché se invece che artista di te stesso finisci col diventare impiegato della tua etichetta discografica o, peggio, schiavo del tuo pubblico, la tua non sarà più Arte, ma attività commerciale funzionante a gettoni. Questa filosofia, unitamente alla nostra totale autarchia gestionale, rendono la band un dito al culo per qualsiasi censura, da un lato, e per tutti quei colleghi che giocano a fare “gli scomodi” senza di fatto aver mai pisciato sulle cravatte che contano, dall’altro.

Guardandoti intorno in quello che la scena metal italiana, quanti musicisti e band sono rimasti coerenti e quanti sono cambiati in direzione di venti più favorevoli?

 

Ah, che meravigliosa provocatrice sei, Valeria! Basta fare la conta di quei servi che hanno messo il pallino color merda del blacklivesmatter sui loro profili facebook; o di quelle femminucce con fiocco, grembiule e mascherina sanitaria pronte a scrivere sulla lavagna il nome dei bimbi cattivi.  
Tutto ciò che diverge dal Pensiero unico politicamente corretto verrà sempre più considerato eversivo, sacrilego e suprematista, e sarà posto fuori legge, come già fanno gli algoritmi della digitalizzazione mondialista. Al che, noi artisti liberi assurgeremo al ruolo di mentori d’una nuova “resistenza” identitaria. E non avremo paure di sorta, statene certi; anzi, chi si prodigherà nel causarci casini ci farà solo tanta pubblicità.

 

Il termine underground, secondo te, non è troppo usato al giorno d'oggi, considerando il fatto che non abbiamo mai avuto una vera e propria scena metal al di fuori dell'underground in Italia?

 

Ho sempre diffidato dell’uso di barbarismi come “underground” per definire qualcosa che in Italia non ha un corrispettivo esatto. Io, come ho già espresso più volte lungo quest’intervista, divido l’arte solo in “libera” e “serva”. Non ho altri parametri, tantomeno quelli cari alle zecche o, peggio, a certi bacchettoni di quella destra intellettualoide fatta di mummie piagnone e lamentose, incapaci di qualsiasi follia o guizzo futurista. Andassero a cagare pure loro.

 

 

Cosa ci regaleranno i Deviate Damaen dopo aver gustato Skizzi di Rischio? C'è già un'idea per un nuovo album?

 

Altroché se ne abbiamo. In agenda ci sono ben 3 nuovi album in lavorazione. Uno di stile a cavallo fra “Religious As Our Methods” e “Retro-Marsch Kiss”, come idea, e ci lavorerà principalmente la nuova formazione, che vede come new entries il chitarrista/synthetista rockabilly DanPk, il polistrumentista Z°g (già con The Murgen) e la spumeggiante bassista Sin, già con Labyrinthus Noctis e già ospite con noi su “Schiuma Su Sto Scroto, Progressista!”. Si intitolerà “Soqquadro Tanz”, e sarà l’opera più ballabile mai affrontata dai DD. La parola “soqquadro” è il paradigma dell’eccezione ortografica per eccellenza, la doppia Q in luogo del Cq; esattamente come noi.
Poi affronteremo, coadiuvati da una schiera di ospiti che andranno dagli amici e sodali Suor Judha e Iblis dei Velch, all’eclettico sperimentalista sonoro Stefano Bertoli, al personalissimo blackster Skvld, un album di musica Drone.
In particolare, con i Velch stiamo costituendo un coro, il “Coro Cerimoniale della Milizia di Velch”, che contribuirà a forgiare le parti corali dei futuri lavori delle rispettive band, così da ripercorrere la mitica arte coreutica propria delle rappresentazioni teatrali dei nostri ancestri greci, etruschi e romani.
E ancora, ma questa per ora è solo un’intenzione, stiamo pensando ad un album di musica Oi che vedrà coinvolti anche musicisti di area identitaria. Magari distribuito in musicassetta..chissà.

Ho lasciato intenzionalmente per ultima la preparazione di un singolo destinato alla compilazione di un magnifico progetto del quale possiamo dichiararci i primi firmatari. Si tratta di una “compilation” ideata e promossa dall’intrepido musicologo e musicista Antonello Cresti, tutta dedicata a sfanculare il “politically correct” e i suoi cagnacci da guardia. Ecco, la genialità e il coraggio dell’iniziativa di Cresti consiste proprio nella sua determinazione a fare l’appello, da uno scranno mediaticamente altolocato, di chi è veramente ribelle e chi no. Di chi intende mettere la propria faccia a sputare contro i devastatori di statue e i leccaculi di regime, e chi no. L’appello di chi mette la mascherina sul muso e di chi se la mette sul culo (come abbiam fatto noi). Non a caso la compilation si intitolerà “O Sarai Ribelle, O Non Sarai” e sarà distribuita digitalmente dalla nostrana Hellbones Records.
Per me sarà una goduria veder finalmente costretti ad uscire dal buco del loro cerchiobottismo tutti quei pusillanimi che aspetto al varco da anni, i cui nomi – ne sono certo - latiteranno dalla lista dei partecipanti.

 

È vero o è una leggenda metropolitana che alcuni dei tuoi colleghi si sono allontanati dalla tua collaborazione?

 

Devo dire che non è affatto una leggenda. Ci sono state abiure postume di alcune collaborazioni vocali che mi sono state richieste nel tempo, abiure dovute alla scomodità che i DD rappresentano talvolta persino agli occhi dei propri stessi sodali, i quali ci chiedono collaborazioni e poi se ne pentono. Già, perché un conto è ammirare un artista come il sottoscritto per il suo coraggio eversivo; altro conto è accettare di sporcarsi le mani con lui agli occhi del proprio pubblico, magari non particolarmente avvezzo ad ammirargli le chiappe. Certo, tu mi dirai: ma non potevano pensarci prima? Sì, avrebbero dovuto, infatti; ma forse l’ingordigia mediatica di avere il mio nome fra i loro ospiti li ha indotti ad esagerare col dolce, e adesso, invece di chiudersi in palestra a tesaurizzare tutta quell’energia vitale, si sono chiusi al cesso pregando di non scagazzarsi il muro.

 

 

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In questi 30 anni c'è qualcosa che cambieresti nella tua carriera di artista?

 

No. Anzitutto perché la storia di una vita umana, esattamente come quella del mondo intero, non si riscrive, semmai si migliora per i giorni a venire. E poi perché mi sono divertito troppo, sotto ogni punto di vista, e non saprei cosa inventarmi per fare di meglio la prossima vita. Forse fidarmi meno di qualcuno, quello sì.

 


Lascia che ti racconti un episodio "dietro le quinte". Quando ero vicedirettore capo di una webzine italiana, un recensore si rifiutò di ascoltare la vostra musica e di recensirla. Mi sono presa l'onore e la responsabilità di recensirla io stessa. Poi il sito è diventato di mia proprietà, mi è stato rubato e magicamente sono scomparsi molti articoli, compresa la recensione. Questo recensore si è concentrato sulle idee politiche.
Perché pensi che la politica sia così radicata da cancellare l'ovvio, che la musica dovrebbe essere "super partes"?

 

So perfettamente che i DD sono il male assoluto per molta stampa. In parte perché molti editori temono le reazioni dei propri lettori alla divisività delle provocazioni che lanciamo nelle interviste; in parte perché stiamo direttamente sul culo a determinati editori. Detto ciò, devo rilevare un gran fermento positivo verso la nostra band, in particolare dopo l’uscita di “In Sanctitate…” che è stato accolto con molta apertura e ottime recensioni anche da piattaforme “mainstream”. Questo dimostra due cose: che quanto predichiamo da anni non era poi così assurdo e e inverosimile (si pensi al tema della sostituzione etnica in corso); e che il nostro valore artistico prescinde dalle nostre idee politiche. Prova ne sia che la strategia censoria dei nostri detrattori è cambiata del tutto: mentre prima davano addosso ad ogni scorreggia che facevamo, strepitando e strappandosi I capelli, ora sono passati al silenzio totale per evitare di farci pubblicità. E lo hanno dichiarato esplicitamente in più occasioni, creando una sorta di tam tam a non pubblicare né news né recensioni né interviste sui DD. Quindi, sappi, Valeria, che stai commettendo un atto eversivo non solo contro il politicamente corretto, ma anche contro molti tuoi “colleghi”.

 

Grazie per il tuo tempo, l'intervista è terminata, anche se ci sono milioni di domande da fare.
Come concluderesti questa intervista? C'è qualcosa che vorresti aggiungere, qualcosa che non le ho chiesto?

 

Grazie a te per l’impegno, il coraggio e la disponibilità (oltre che per la traduzione). Concludo con due inviti: il primo ai musicisti di area identitaria che si pavoneggiano fra un bignami di Evola e una ragnatela sul bavero, senza mai aver fatto un cazzo di concreto: abbassate le creste e, piuttosto, muovete il culo partecipando alla compilation di Antonello Cresti (il bando lo trovate sul suo profilo).
Il secondo ai blackmetallers: se volete dimostrare davvero quanto siete estremi e feroci, anziché profanare chiese deserte e pisciare nelle madonnine di Lourdes della nonna, andate a prendervela con quelle religioni di merda che vi affettano il pisello se non vi mettete a pecorina almeno 5 volte al giorno. Le vostre ragazze nemmeno se ne accorgeranno.

 

La mia soavità,
G/Ab Svenym Volgar dei Xacrestani, leader dei Deviate Damaen

 

Valeria Campagnale

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